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Vedi un po’ Gino mio, che cosa vuol dire l’aver che fare co’ Poeti! Non contenti di scapriccirsi, rimando sul conto degli altri e sul proprio, chiamano anco gli amici a parte dei loro capricci, chi per affetto e chi per far gente. Anni sono, intitolai a te quella tirata sulle Mummie Italiche, scherzo cagnesco che risente della stizza dei tempi nei quali fu scritto; oggi che abbiamo tutti il sangue più addolcito, accetta questa aspirazione a cose migliori, scritta, come tu sai, quando il buono era sempre di là da venire, e anzi pareva lontanissimo. A chi sapesse che tu sei il solo al quale ho ricorso in tuttociò che passa tra me e me, non farà maraviglia questa pubblica confessione che io t’indirizzo; a chi non lo sapesse, ho voluto dirlo in versi, tanto più che dal Petrarca in poi pare una legge poetica che le affezioni dei rimatori siano sempre di pubblica ragione. Lasciami aggiungere, e lascia sapere a tutti, che io ti son tenuto di molti conforti e di molte raddirizzature: che se tuttavia mi restano addosso delle magagne, la colpa non è dell’Ortopedico.


Tuo Affezionatissimo
Giuseppe Giusti.