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del tutto; sentiva dentro di sè certo mugolío tempestoso, somigliante al vento che gli faceva sbattere sul viso le foglie morte. Due ore scorsero in un lampo; ei avrebbe passeggiato tutta la notte senza accorgersene, sotto la pioggia, sotto la neve, sotto l’uragano.

Tutt’a un tratto sentì afferrarsi da una mano, come se le tenebre avessero preso corpo.

— Velleda! esclamò, prorompendo in quel nome che lo riempiva tutto.

— Ebbene, che volete?

— Velleda! ripetè.

Ella non lo vedeva, sebbene lo toccasse quasi, e quella voce, nel buio, le faceva paura.

— Sapete quel che m’avete fatto fare?

— Sì, lo so! rispose risolutamente.

— Voi! il fidanzato di un’altra!...

— Sì!

— Il fidanzato della mia amica!

— Sì!

— M’avete minacciato di fare una pazzia, per farmi commettere una pazzia!

— Sì!

— Cosa dovete dirmi?

— Che vi amo! diss’egli con voce sorda.

— Io venni qui per dirvi che sono la figliuola del conte Manfredini! rispose Velleda con la voce fremente di orgoglio.

— Io ci venni per dirvi che sono un vigliacco! ribattè Alberto.