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— Cos’hai? gli domandò Adele, che lo vide rannuvolato.

— Ho che voglio essere amato da te, e non dai miei figli! rispose sfogando come poteva il suo malumore. Ho che amo te, e non... Ho che ti amo, perchè ti amo.. senza pensare ad altro... Amami così, Adele! Amiamoci per amarci... perchè altrimenti... sai...

— Che cosa?

— Potremmo dubitare di noi medesimi... delle nostre intenzioni... potremmo dubitare del nostro amore...

Giusto quando Alberto stava per sciorinare tutta la sua teoria dell’amore puro, poetico e senza figliuoli, si udì starnutire alla finestra di sopra, ch’era quella del zio Bartolomeo. Adele scappò come una cerbiatta spaventata; Alberto si fece piccin piccino, e sgattajolò rasente al muro. Ci volle una buona mezz’ora prima di decidersi a rientrare per la finestra, dopo essersi assicurato che non si udiva fiatare anima viva, e che la finestra dello zio era proprio chiusa. Però fu tormentato tutta la notte dal dubbio, combinato collo starnuto udito, che quella tal persiana non fosse stata sempre socchiusa, come l’avea vista rientrando — e di vento non ne avea tirato una maledetta in tutta la sera. Il giorno dopo avrebbe voluto trovarsi cento miglia lontano piuttosto che comparire al cospetto del terribile zio.

Verso le otto stava per svignarsela bel bello, col pretesto d’andare a caccia, quando il domestico venne a cercarlo giusto da parte dello zio.

— Vengo subito, rispose il nipote, che sarebbe andato più volentieri al diavolo.