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— Anche a me! e divenne pensieroso.

— Non ti par di volere amare la luna? riprese quindi con certi occhi che luccicavano singolarmente; e che quella dolce luce ti piova sul viso come rugiada, e ti rinfreschi il sangue, e ti accarezzi le chiome, e che le stelle scintillino come occhi innamorati, e che il venticello notturno baci mormorando le foglie e i fiori, e che i fili d’erba si agitino in leggiadri abbracciamenti, e che i tuoi sguardi cerchino lassù, in quella pallida luce, gli sguardi della donna.... cioè, tu, dell’uomo....

S’imbrogliò, balbettò, l’enfasi sbollì, e tacque arrossendo; ella non rispose; dapprima avea spalancato tanto d’occhi a quella sfuriata; poi avea chinato il capo, col viso di fiamma; s’era tirata un po’ in là, e s’era sentito il cuore grosso di non so che sospiri.

— Andiamo a trovar Velleda? disse dopo qualche momento, levando su di lui i begli occhi imbarazzati.

Ei la seguì. — Oh, il bel fiorellino! esclamò la giovinetta; il cugino lo raccolse e glielo diede.

— Grazie! diss’ella, ma anche il mio mazzolino è bello, non è vero? e si mise a ridere. In quel momento erano giunti sotto la finestra di lei. — È quella la tua finestra? domandò Alberto con un lieve tremito nella voce.

— .... Sì.... rispose Adele. — Ecco Velleda, finalmente!

E le si buttò fra le braccia, coprendola di baci; la prese per mano, e si mise a correre con lei.

— Perchè corri così? le domandò Velleda.

— Mi sento le ali, diss’ella, e vorrei volare!