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Rimase lunga ora nascosto tra le cortine del letto, tenendo abbracciato il capo di lei. Non lo si vide muovere, non si udì un singhiozzo o una parola; nessuno seppe che cosa avesse detto quell’uomo a quella moribonda. Allorchè rialzò il capo, e uscì dall’ombra del cortinaggio, era più pallido di lei, e aveva gli occhi ardenti.

— Dorme! disse piano al dottore, lasciando dolcemente la mano di lei.

Non si udiva altro rumore all’infuori della pioggia che batteva sui vetri. Ei andò ad appoggiarvi la fronte, guardando nel buio. Dopo qualche tempo si accostò al medico, e gli domandò sottovoce:

— Ebbene, dottore?

— Il dottore non rispose. Allora Alberto con la voce ancor più soffocata: — Soffrirà molto?

— No.

— E sarà per stanotte?

— Domani al più tardi.

Ei volse all’orologio uno sguardo indescrivibile.

— Crede che dei dispiaceri.... possono averla uccisa? domandò poscia.

— Il suo è un male ereditario, di quelli che non perdonano.... I dispiaceri non possono che averne accelerato lo sviluppo....

— Anche l’assassino non fa che accelerare! interruppe il marchese collo stesso accento calmo e profondo, lasciandosi cadere su di una poltrona di faccia al medico — e rimase cogli occhi fissi su di lei che dormiva l’ultimo sonno.