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La contessa rialzava il capo timidamente, e per la prima volta mise il respiro. I due amanti si guardarono, pallidi come cera, gli occhi di lei si velarono, e si abbandonò dolcemente nelle braccia di Alberto.

— Emilia! per l’amor di Dio! fatevi animo! ei potrebbe ritornare!

Ella non lo lasciava, e fissavalo con occhi nuotanti in un languore delizioso, come se il pericolo, l’ansietà, la paura avessero dato non so qual divorante ed irritante attrattiva al desiderio, alla colpa, all’uomo amato. Rimase in quella specie d’estasi col capo appoggiato alla spalla di lui, colla bocca socchiusa, pallida, spaventata e sorridente.

— Andiamo! andiamo, Emilia!

Emilia si rizzò vacillante, si fregò un po’ gli occhi, distese mollemente le braccia con un movimento di tigre, lo guardò con occhi addormentati, e gli disse:

— Passate sotto la mia finestra... vi butterò la chiave... Domani, a mezzanotte.... se vedete lume nel salotto... sarà segno di sì... Vattene! vattene!


Il conte Armandi sembrava alquanto turbato allorchè entrò nella stanza della moglie. La contessa gli rivolse un’occhiata alla sfuggita.

— Sapete l’accidente di quel povero Falco? diss’egli. S’è rotta una gamba!

All’entrare del marito la contessa s’era allontanata bruscamente dalla finestra.