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tratto scoppiò in un accento indescrivibile, coprendosi il viso colle mani:

— Ah! come mi punite!

Ei s’alzò, le prese le mani che gli sfuggirono, e rimase alcun tempo senza trovar parola. — Che vi ho fatto? balbettò alfine.

— Nulla m’avete fatto! esclamò l’Armandi sdegnosamente.

Alberto le prese nuovamente la mano; stavolta ella gliel’abbandonò senza accorgersene; teneva gli occhi fitti sul tappeto, torva, accigliata. Tutt’a un tratto gli disse con voce breve e concitata, piantandogli in faccia uno sguardo lucido e freddo come l’acciaio:

— Perchè mi son data a voi! Cinque minuti prima di divenir vostra amante mi sarei piuttosto buttata nel lago se avessi potuto immaginarlo! Ora avete il diritto di dubitarne!

— Alberto si fece rosso e pallido. — Non m’amate? le disse allentando la mano.

— Che cosa pensereste adesso di me se non vi amassi? gli rispose sorridendo di un riso che le faceva rilevare il labbro superiore con un’espressione d’amarezza intraducibile. — Ma non avrei voluto essere vostra amante... Ve lo giuro per mia figlia... per mia figlia! replicò con forza, guardandolo alteramente negli occhi, e scuotendogli la mano, nell’osservare un impercettibile movimento di lui. — Voi m’avevate preferito un’altra donna, ed io era orgogliosa... — e chinando il capo con sarcastica e fiera rassegnazione: — Adesso vedete che non lo sono più!