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principe Don Ferdinando Metelliani era un omiciattolo dieci dodici volte milionario, che troneggiava dai quattro cuscini del suo phaéton come un Apollo brutto. La folla agitavasi al suo passaggio come uno sciame di formiche sorprese dal piede di un villano, lo invidiava, lo ammirava, lo derideva, lo deificava; tutti gli occhi volgevansi verso il suo cocchio lucente; il nome di lui, la sua ricchezza, la sua età, i suoi vizî, correvano sulle bocche di tutti; le più belle e le più schive guardavano con maggior attenzione, che non sogliono accordare ad un semplice mortale, cotesto scimiotto che le fissava insolentemente, e buffava loro in viso il fumo del suo avana, e lo trovavano schicche perchè spingeva i suoi quattro cavalli sulla folla come se si sentisse abbastanza ricco per pagare le ossa che avrebbe rotto. Il principe discendeva da quel patriziato romano che aveva cinque secoli d’esistenza allorquando la più antica nobiltà di Europa arava la terra o serviva nelle sue legioni; era ufficiale nelle Guardie nobili, e cotesto soldato, discendente da una famiglia che aveva condotto alla vittoria parecchie generazioni dei padroni del mondo, s’era rifiutato a battersi in duello; avea quarant’anni, e avea sciupato tutti i godimenti della vita; ascoltava messa tutti i giorni, si comunicava due volte al mese, gettava l’oro sotto le ciabatte delle cortigiane, e avea fatto rinchiudere la sua unica sorella in un monastero per non darle una dote. — Sopra tutto ciò due milioni di scudi.

Il principe Metelliani frequentava la migliore società di Firenze, e avea conosciuto la signora Manfredini al-