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i - il raverta 13


Raverta. Egli è vero; ma diversamente si può contemplare. E figurando un bel corpo e ben formato in quanto a quelle proporzioni estrinseche, nè cogli occhi dell’intelletto passando piú oltre, amando quella parte apparente, non si dirá mai che desideriamo veramente godere la perfetta bellezza, anzi accecati ameremo un’ombra di bellezza, che cosí può dirsi al corpo. E che sia il vero: sicome la vera bellezza si dice splendore del divin volto, la quale descende chiara nel mondo, piú chiara nell’animo e chiarissima nella mente dell’angelo, essendo piú perfetto l’angelo, si vede che piú ne partecipa egli, meno l’anima e molto meno questo corpo, il quale è indumento di detta anima, e cosí questa proporzione di membri esteriori viene ad essere quella bellezza minore e meno apprezzata.

Baffa. Quali s’intendono le maggiori?

Raverta. Le maggiori bellezze consistono nelle parti dell’anima che vengono ad essere piú elevate dal corpo, le quali sono: imaginazione, ragione ed intelletto. Dalla imaginazione nascono gli alti pensieri, le imaginazioni diverse e le invenzioni. Dalla ragione separata dalla materia s’apprendono i begli studi, gli abiti virtuosi, le scienze e tutte queste altre simili cose. Ma nell’intelletto sono le veritá delle dette cose, ma piú astratte dalle loro materie, ed è a sembianza dell’intelletto divino.

Domenichi. Queste verrebbono ad essere bellezze semplici ed incorporee: onde il vulgo non chiamerá mai una cosa, che sia incomposita, bella. E però di qui viene che dicono «belli corpi» per essere misti. Sí che bisognerebbe che questa bellezza servisse ad ogniuno.

Raverta. Chiamano pur troppo «bellezza» anco le cose incorporee, ma non le conoscono, e questo nasce dalla inconsiderazione. Perché diranno «grande animo», «buon discorso», «bello ingegno», sí come farebbono «bel corpo», e nondimeno sono incorporei ed incompositi. Ma tutto procede dal poco vedere, imperoché questi tali non contemplano le bellezze con altro che con gli occhi corporei. Ma chi vuol conoscere la perfezzione, bisogna che con gli occhi incorporei figuri le cose, e cosí verrá alla perfetta cognizione.