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terna che funestava la Grecia: le medesime tre note dominanti nello spirito di Aristofane. La passione letteraria separava, in feroce dissidio, il poeta comico e il tragediografo; ma il nostro sentimento vede agevolmente anche Euripide nel consesso dei grandi spiriti che Platone adunò per celebrare la vittoria del giovinetto Agatone, e in cui pose Socrate, senza contrasto, vicino al suo persecutore Aristofane.

E in questo dramma Euripide ci appare in veste anche piú strana ed inattesa: di ottimista. Tesèo, al principio della sua competizione con Adrasto, dice:

          Con altri già contesi, per difendere
          un mio concetto, e faticai. La somma
          dei mali, alcun dicea, per l’uomo supera
          quella dei beni; ma credenza io nutro
          contraria ad essi: nelle umane cose
          stimo che il ben soverchi il male: l’uomo,
          se non fosse cosí, viver potrebbe?

Anche qui, si sente che per bocca di Teseo, parla il poeta. Evidentemente, quando scrisse questo dramma, Euripide era pervaso da una vena di ottimismo. Serve a provarlo anche il fatto che i personaggi, uno per uno, sono tutti simpatici. Non suole accadere, nei drammi d’Euripide. E lo stesso araldo, che fa la parte del tiranno, dice cose giustissime e giudiziosissime, e, in sostanza, non riusciamo a veder di cattivo occhio neanche lui.

Scoprire la causa di tale atteggiamento, non è facile. È ovvia l’idea di ricercarla in qualche fatto della sua vita privata; ma in quale, sarebbe impossibile precisarlo, e le con-