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224 gismonda da mendrisio

Gabriella.                                                     Ti calma.
Recenti son tue cicatrici, stanco
Sei dal lungo vïaggio, egro; di pace
Hai d‘uopo. Oh come t’agita di questi
Lochi l’aspetto!
Ariberto.                                   Ecco il sedile — oh gioja! —
Ecco il sedile ove la madre a sera
Solea raccòrci; e mentre dalla caccia
Aspettavamo il genitore, o mentre,
S’egli era in guerra, il messo aspettavamo,
Che di lui ne parlasse, ella or mirava
I nostri giochi tacita, or garriva
Con dolce sdegno, or ci volea vicini
(Me, perchè primogenito, a sua destra.
Ed a sinistra Ermano), e ci narrava
Vite di santi e glorïose imprese
D’antichi cavalieri, e alte sciagure;
E noi con lei lacrimavam sovente
Sovra le angosce degli oppressi; e allora
Ella stringeaci al seno e ci dicea:
«Quand’io, diletti figli, avrò vissuto,
Queste sere sovvenganvi, ed amici
E prodi siate e generosi, ed io
Dal ciel giubbilerò d’esservi madre.»
Oh, largo a te di giubbili sia il cielo,
Ma questo, o madre, ahi, ti negaro i figli!
Fur prodi, sì, fur generosi spesso,
Generosi con molti; — empi fra loro!
Nemici!
Gabriella.               Ah! nel cor tuo legge il suo sguardo,
E incolpevol ti vede. Il suo benigno
Spirto su te vegliava, i giorni tuoi
Custodia nelle pugne, e ti radduce
Al padre ed al fratel. Pietosi sensi
Spirerà in lor. Cónfortati; siam giunti,
Inoltriam con fiducia.
Ariberto.                                        Arresta. Il padre
M’amava, si, ma duro il feano l’arti