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atto terzo.—sc. vi. 123

Il nome.
Ester.               Sciagurato! ed avvilirti
Puoi tanto? e....
Azaria.                              Tarda, già tel dissi, vana
Ogni menzogna: il tuo delitto è certo:
Sol vo’ saper....
Ester.Che un tradimento è questo
Dell’iniquo pontefice, in cui mira
Dipinto in volto il giubilo feroce
Del dolor nostro: ciò saper t’è forza,
Ed arrossir di tua ingiustizia.
Jefte.                                                            Oh prova
Or di compiuta iniquità! l’audacia,
E la calunnia!— Come? io?
Ester.                                                  Costui dirti
Potria qual era il misero fuggiasco;
Ma d’ignorarlo ei finge, onde te accechi
Furor geloso a danno mio. Lo affida
Speranza ch’io nomar uom non ardisca,
Cui morte giuri tu. Ma il giuro insano
Sciogli soltanto, e fè sacra mi dona
Che, qual pur siasi quel mortale, illeso
Fia dal tuo acciaro, e in un (con generosa
Difesa) da’ pugnali, ahi più tremendi!
Di costui, liberato,— ed io tel nomo:
E fia palese mia innocenza.
Jefte.Ondeggi,
Azaria?
Azaria.               Che paventi? In dubbio sono
Se in lei maggior l’infamia sia, o l’audacia,
O la stoltezza. — E chi t’intende, o donna?
Qual colpa osi tu apporre a intemerato,
Sacro ministro del Signor? Mal nota
Anco di Jefte la virtù a me fosse,
E a lui qual util dal mentir? Tu stessa
Le ambagi che dal tuo labbro profano
Escon, non sai. Spiegale or su. Ma ch’io
Al tuo amator scudo mi faccia! a questo