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XVII.

Augusto a Leonardo

Ieri sono entrato solo in casa dell’Eva. Suo marito ha dovuto partire improvvisamente, e mi ha scritto d’andare a scegliere della musica e di mandarla a Regoledo.

La casa era tutta chiusa, gelosie ed imposte, e vi filtrava appena una luce scialba da camera mortuaria traverso le commessure.

I mobili erano coperti dalle fodere bianche. I grandi seggioloni del salotto colle braccia corte ed il sedile sproporzionatamente proteso, parevano le salme di tanti bonzi enormi, accasciati sotto il peso del loro ventre.

Mi faceva una strana impressione il trovarmi là solo, aprir l’uscio, girare nelle camere come se fossi il padrone di casa. Nella camera da letto non sono entrato: mi sarebbe sembrata una profanazione. Del resto non avevo bisogno d’entrarci. La musica era nel salottino della signora; il salottino dove passava la sera quand’era qui, dove teneva il bétisier, dove si metteva sul balcone a leggere nel pomeriggio quando io la vedevo dalla mia finestra.

Che differenza nelle mie impressioni da allora ad oggi! Se in quei primi giorni avessi potuto penetrare così, solo, nel segreto della sua vita intima, mi sarei esaltato, e forse innamorato come un pazzo.

Ieri invece avevo la calma nel cuore. Ho avuto tempo di conoscerla e di diventarle amico. L’amicizia non si può sostituire ad un amore spento o