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di perfezionarmi nel bene, di sentirmi buono, sarei là, davanti a tutti, ai piedi, del palco, conducendo come un cannibale i miei piccoli allievi a pascersi della vista del sangue. Se lo spettacolo della sofferenza, della violenza, della morte potesse scuoterli!

È un pensiero orribile. Non puoi figurarti nulla di più penoso che l’esistenza di queste creaturine, la cui anima è chiusa ai nostri sentimenti, che accettano passivamente le nostre idee, che rimangono chiuse in sè stesse, e non lasciano mai apparire quello che accade nel loro piccolo cuore.

Il nostro pranzo è un pasto solenne che si fa alle sette della sera, ed all’estate all’otto, nella sala da pranzo illuminata, con un servitore in guanti di cotone bianco dietro ogni persona, ed il credenziere francese, che sorveglia maestosamente perchè tutto proceda nell’ordine più scrupoloso.

Puoi figurarti la libertà di parola che si può avere dinanzi a quei testimoni. Non parliamo quasi affatto. Io sono un borghese incorreggibile. Quel servitore dietro la sedia mi dà soggezione. Mi affanna. Mangio tanto in fretta da affogarmi per dargli il piatto che aspetta; ma subito dopo ne aspetta un altro, ed io sono daccapo ad ingozzar bocconi su bocconi, senza mai riescire a liberarmene. Come ripenso ai nostri pranzi all’osteria, dove eravamo in piena libertà, e bisognava picchiare una fanfara col coltello sul bicchiere e con parecchi bis, a costo di romperlo, prima di udirci rispondere dal cameriere svogliato: Vaaa!

Dopo il pranzo i bambini hanno la lezione d’equitazione che prendono dallo stesso marchese. È un cavallerizzo espertissimo. Se non lo vedessi ai due inevi-