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LIBRO PRIMO 37


XXXVII. Conobbe il soldato che ciò era pasto per trattenere, e chiedeane spedizione. I tribuni spacciavano le licenze, il contante si prolungava al ritorno loro nelle guarnigioni. Non fu vero che della quinta nè della ventunesima si volesse alcuno muovere; sì fu quivi la moneta contata, raggranellata da Cesare delle spese per suo vivere e degli amici. Cecina ridusse negli Ubj la legion prima e la ventesima; con brutto vedere tra l’insegne e tra l’Aquile sagre portarsi i cofani di quella moneta rapita all’imperadore; Germanico andò all’esercito di sopra, e fece giurare le legioni seconda, tredicesima e sedicesima incontanente; la quattordicesima nicchiò; fu offerto, benchè non chiesto, il denaio e la licenza.

XXXVIII. I soldati d’insegna delle due legioni scredenti, stanziati, ne’ Cauci, cominciarono a levare il capo: gli attutò alquanto il subitane supplizio che Mennio, maestro del campo, a due soldati diede, con più buono esempio che autorità, onde la furia riscaldò; fuggissi: fu trovato: e fallitoli il nascondere, si salvò con l’ardire 1, e disse: Che tal violenza non si faceva al maestro del campo, ma a Germanico lo generale, a Tiberio lo imperadore. E spaventandosi i resistenti, arrappò l’insegna e trasse verso la riva gridando: „Chi uscirà d’ordinanza, ab-

    terrandosi un morto, un soldato, nuovo pesce, accostatosi gli bisbigliò nell’orecchio. Domandato, che gli hai tu detto? rispose: Che dica ad Augusto, che di quel suo lascio non s’è veduto un quattrino! Tiberio lo fece ammazzare, con dirgli: Va e dilloli tu. E pagò quel lascio de’ fiorini sette e mezzo per testa, cioè sesterzi trecento, come sopra.

  1. Mancata la speranza, la paura piglia l’arme. Nulla è più forte che la disperazione. Una salus victis, etc.