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LIBRO SESTO 277

disperato della vita, sensate; che avendo egli ucciso la nuora, il figliuolo del fratello, i nipoti, e pieno di morti tutta la casa, ne patisse le pene dovute al nome e nobiltà dei suoi passati e avvenire. I Padri davan pure in su la voce a chi leggeva, quasi abbominassero; ma tremavano e stupivano che osasse sì sagace uomo, e copiatore di sue magagne, lasciare ivi leggere, e quasi rotto il muro, vedere il suo nipote bastonare dal centurione, percotere dalli schiavi, in vano chieder del pane.

XXV. Le lagrime non eran rasciutte, quando s’intese, Agrippina (che dovette, morto Seiano, voler viver per qualche speranza) veduto che la crudeltà seguitava, essersi levata il cibo; se già non le fu tolto, perchè tal morte paressi volontaria. Tiberio scagliò di lei cose bruttissime: e che morto Asinio Gallo, suo adultero, le fu noia il vivere. Ma Agrippina ne volle troppo, si strusse di regnare; e per le cure virili lasciò i vizj delle femmine. Soggiunse Cesare, che ella era morta in tal dì che fu gastigato Seiano due anni innanzi; se ne facesse memoria; e che per la bontà di lui1 non morì di capestro, nè gittossi alle Gemonie. Funne ringraziato e ordinato che il dì diciassette d’ottobre, che ambo morirono, ogn’anno s’offerisse un dono a Giove.

XXVI. Poco di poi Cocceo Nerva, che sempre col principe era, dotto in ogni divina e umana ragione, sano e florido, deliberò morire. Tiberio gli

  1. Carezze di Ciclope fu questa.

    E voglio, Utino mio, mangiarti il sezzo,

    dice Omero.