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LIBRO SESTO 261

nossi ai suoi scogli e solitario mare per vergogna di sue scelleratezze e libidini; ove sì s’imbestiò, che al modo de’ re barbari contaminava nobili donzelli. Nè pure i corpi vaghi e lascivi, ma in questi una fanciullesca modestia, in quegli lo splendore della famiglia, gli erano Incitamenti. E trovaronsi allora non più uditi siniscalchi delle nefande camere, e architetti di quanto in esse si puote. Schiavi andavano alla cerca, e conducienti, donando a’ pieghevoli, minacciando gli abbominanti; e se padri o parenti resistevano, rapimento, forza e sfogamento in quelli come fatti schiavi, s’usava.

II. In Roma nel principio di quest’anno, come non si fosser prima le malvagità di Livia sapute e punite, si diceano atroci parole, contro eziandio ai ritratti e memorie di lei ***: e che i beni di Seiano si scamerassero e mettessero nel fisco, quasi con la medesima ressa, come se ella importasse; e forse che questi non erano Scipioni, Silani e Cassj; tra’ quali gran nomi ingeritosi, non senza riso, Togonio Gallo di bassa mano, pregava il principe a sceire un numero di senatori, de’ quali venti per volta, tratti per sorte, con l’armi a canto, gli facesser la guardia quando egli entrava in senato; avendo creduto aver daddovero Tiberio per una lettera chiesto, che uno de’ consoli lo conducesse salvo da Capri a Roma.

Egli, tra le cose gravi talora usato burlare, ringraziò i Padri dell’amorevolezza: „Ma chi si arebbe a lasciare? chi a scerre? sempre i medesimi o scambiarli? stati di magistrato o novizj? risedenti o privati? chi parrann’eglino a cignersi in su la porta del senato le coltella? non volere anzi vita, se l’aveva a difender con l’armi„. Con tali parole cor-