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LIBRO QUARTO 181


II. Il generalato della guardia non era gran cosa; il fece egli, col ridurre in un sol campo i soldati, che alloggiavano sparsi per Roma, dicendo, uniti poter meglio ubbidire: vedendosi in viso, e di tanto numero e forze, più confidare e altrui atterrire; in caso subitano, più pronti aiutarsi; sceverati corrompersi; viverieno più severi, piantandosi ’l campo fuori delle lascivie della città. Fatto questo, prese a poco a poco gli animi de’ soldati, col visitare, chiamar per nome, fare i centurioni e i tribuni; nè mancava di acquistarsi senatori, onorando i suoi partigiani di magistrati e reggimenti; essendogli Tiberio largo, e tale affezionato, che non pure nel confabulare, ma nel parlare a’ Padri e al Popolo, lui celebrava per suo utile compagno alle fatiche, e lasciava venerare le sue statue ne’ teatri, ne’ magistrati, e tra gl’Iddii del campo1.

III. Ma l’essere in quella casa tanti Cesari, un figliuolo, nipoti grandi, lo ritardava. Ammazzarne tanti insieme non si poteva: i tradimenti volevan tempo; questi elesse; e farsi da Druso per fresca ira, perchè Druso, che non voleva concorrente, ed era rotto, bisticciando a sorte con Seiano, gli andò con le pugna in su’l viso; e volendosi ei rivoltare, lo li battè. Adunque, tutto pensato, parve da servirsi di Livia moglie di Druso, sorella di Germanico, di brutta fanciulla, bellissima donna. Finse amarla d’amore: e conseguitolo, non essendo cosa che donna privatasi d’onestà non facesse, la ’ndusse a dar veleno al marito, per lui pretendere e insieme regnare.

  1. Al pari dell’aquile e dell’Insegne, nel luogo detto Principia, dove era franchigia e adorazione.