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LIBRO TERZO 175


LXXIII. Ma egli le si era meritate nelle cose di Tacfarinata. Il quale, benché più volte rotto; rifatto con aiuti dal centro dell’Àffrica, prosunse chiedere per ambasciadori a Tiberio paese per sè e suo esercito, o gli farebbe guerra immortale. Dicono che Tiberio non si scandalezzò 1 unque d’ingiuria fatta a lui o al popolo romano, quanto che questo truffatore e assassino procedesse da nimico: „Non volemmo a patti Spartaco, che, datoci tante grosse sconfitte, correva per sua, e abbruciava l’Italia, quando nelle gran guerre di Sertorio e di Mitridate affogavamo; e ora in tanto fiore, comporremo, se tu lo credi, con pace e terreni, un ladroncello?„ Ordina a Bleso che induca gli altri, col perdonare a posar l’armi, e vegga d’aver vivo o morto Tacfarinata.

LXXIV. Molti se n’acquistaron per questa via; e guerreggiossi seco con le sue arti; perchè essendo egli di esercito inferiore, ma più destro a rubare, scorrere in masnade, dar gangheri e porre agguati, tre schiere si fecero per tre bande. Andarono, con una Cornelio Scipione Legato, a impedirgli le prede nei Leptini, e la ritirata ne’ Garamanti; con la sua propria Bleso il giovane a difender dall’altra banda i villaggi di Cirta; nel mezzo esso Bleso co’ migliori, ponendo forti e guardie ove era uopo, dava in ogni cosa storpi e danni al nimico, che si trovava, dovunque si volgesse. Romani a fronte, a lato, a tergo. Così essendone molti morti e presi, ridivise le tre schiere in più masnade, sotto centurioni di prova; e finita la state, non le ritirò alle stanze solite per

  1. Questo scandalezzamento di Tiberio par detto con più energia qui che nel latino.