Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 1.djvu/172


LIBRO TERZO 165

perare le cerimonie ordinate per l’alzamento di Druso alla podestà tribunesca, e nominatamente abboni l’arrogante proposta e quei nuovi letteroni d’oro. Si lesse una lettera di Druso al senato, che pareva modesta, ma fu presa per trasuperba. „Poveri a noi! non ha rasciutti gli occhi, e non s'è degnato venire a fare di tanto onore uno inchino agl'Iddii della città, morto al senato, nè darle principio in buon’ora dov’ei nacque! Forse che gli è alla guerra o lontano? Trastullasi pe’ giardini, pe’ laghi di Capua; il tempo è ora. Così s’allieva il reggitore del genere umano. Bel precetto per lo primo ha preso dal padre! al quale, orsù sia parato grave, come a vecchio affaticato, il venirci a dare un’occhiata; ma Druso, che ’l tiene, se non arroganza?„

LX. Ma Tiberio così puntellatosi nello stato, per dare al senato un po’ d’ombra dell’antico, rimise a quello le domande delle province di mantenere le franchige, cresciute per le città della Grecia in troppa licenza; lasciando ne’ tempj rifuggire schiavi pessimi, falliti, scappati dalla giustizia; nè avrebbero le catene tenuto il popolo che non si levasse, per difendere le sceleratezze umane come religione divina. Fu detto adunque che le città mandassero ambasciadori con tutte loro ragioni. Alcune, che le franchige si avieno usurpate, le lasciarono: molte si fidarono nella divozione antica, o ne’ servigi fatti al popolo romano. Magnifico giorno al senato fu quello ch’ei riconobbe i beneficj de’ nostri antichi, le leghe, le ordinanze de’ re grandi innanzi alla forza romana; e le religioni degl’Iddii, con la primaria libertà di confermare e riformare.