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LIBRO TERZO 147

discordia, non costume, non giustizia: franco il mal fare; il bene spesse volte rovina. Augusto finalmente nel sesto consolato, assicuratosi nello stato, le iniquità comandate nel triumvirato annullò, e ci diè leggi da pace, sotto principe. Il quale poi ne ristrinse; e miseci cercatori a rifrustare chi senza poter esser padre tenesse lasci, per la legge Papia Poppea ricadenti al popolo romano comune padre. Ma essi, per agonia di loro stregue, passavano i termini, e rapinavano la città e l’Italia, e ciò ch’era di cittadini. Molti rimasero ignudi, e gli altri lo si aspettavano. Ma Tiberio trasse per sorte cinque consolari, cinque pretorj e cinque semplici senatori; che dichiararon di quella legge i sani intendimenti, e per allora un poco si rispirò.

XXIX. In quel tempo Tiberio pregò i Padri che facessero Nerone, figliuol maggiore di Germanico, già fatto garzone, abile alla questura, senza esser seduto de’ venti; e anni cinque avanti le leggi; non senza riso de’ pregati. Tanto (diceva egli) fu conceduto a lui, e al fratello a’ preghi d’Augusto; che se ne dovetton sogghignare ancora allora; ma l’altezza de’ Cesari era novella: gli antichi modi più in su gli occhi: e meno strignevano quei figliastri al patrigno, che questo nipote all’avolo. Fatto fu dunque e questore e pontefice: e un donativo quel dì, ch’ei prese il grado, alla plebe, allegrissima per vedere a un figliuolo di Germanico già le caluggini; e più poi per le nozze sue con Giulia figliuola di Druso. Dispiacque bene che Seiano si destinasse suocero del figliuolo di Claudio, parendo ch’ei macchiasse sì nobil famiglia, e s’innalzasse uno, già sospetto di troppo aspirare.