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LIBRO TERZO 143

disegnato, lasciasse dire a un altro il parere. Chi l’attribuiva a civiltà di non necessitare gli altri a seguitarlo; chi lui diceva sì crudele, che non avrebbe ceduto il suo ufficio se non per dannarla.

XXIII. Facendosi ne’ giorni dì quel giudizio una festa, Lepida entrò nel teatro, con una nobiltà di donne, e con pianti e strida invocando i suoi maggiori, e Pompeo, cui era quella fabbrica, e vedeanvìsi le sue immagini: commosse tal pietà e pianto, che maladivano crudamente Quirinio, e chi aveva la destinata già per mogliere di L. Cesare e per nuora di Augusto, affogata a cotal vecchio senza reda, contadino. Avendo poscia i servi tormentati confessato l’enormezze di lei, le fu tolto acqua e fuoco, come pronunziò Rubellio Blando, seguitato da Druso, se bene altri volevano meno rigore. I beni per amor di Scauro, che n’avea una figliuola, non andaro in comune. Allora finalmente Tiberio palesò: Che sapeva da’ servi di Quirinio, come Lepida il volle anche avvelenare.

XXIV. Avendo in poco tempo perduto i Calfurnj Pisone, e gli Emilj Lepida, Decio Silano renduto a’ Giunj, racconsolò l’avversità di tre gran case: lo cui caso dirò breve. Augusto fu nelle cose pubbliche felice; in quelle di casa sgraziato, per la figliuola e nipote disoneste: le quali cacciò di Roma, e fece i drudi morire o fuggire, facendo tali colpe divolgate, casi di stato e di resìa; fuori della clemenza delle antiche e delle sue stesse leggi. Ma io tesserò la fine degli altri, con l’altre cose di quella età, se tanto viverò che io riempia le ordite. Decio Silano, giaciutosi con la nipote d’Augusto, se ben Cesare non fece che disdirgli l’amicizia, lo intese,