Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/513

510

vevano confermare la diagnosi di Sofocle. Qui, invece, tutto era verità. La cosa da analizzarsi era imprigionata nel provino e, sempre uguale a se stessa, aspettava il reagente. Quand’esso arrivava essa diceva sempre la stessa parola. Nella psico-analisi non si ripetono mai nè le stesse immagini nè le stesse parole. Bisognerebbe chiamarla altrimenti. Chiamiamola l’avventura psichica. Proprio così: quando s’inizia una simile analisi è come se ci si recasse in un bosco non sapendo se c’imbatteremo in un brigante o in un amico. E non lo si sa neppure quando l’avventura è passata. In questo la psico-analisi ricorda lo spiritismo.

Ma il Paoli non credeva che si trattasse di zucchero. Voleva rivedermi il giorno appresso dopo di aver analizzato quel liquido per polarizzazione.

Io, intanto, me ne andai glorioso, carico di diabete. Fui in procinto di andare dal dotto S. a domandargli com’egli avrebbe ora analizzato nel mio seno le cause di tale malattia per annullarle. Ma di quell’individuo ne avevo avuto abbastanza e non volevo rivederlo neppure per deriderlo.

Devo confessare che il diabete fu per me una grande dolcezza. Ne parlai ad Augusta ch’ebbe subito le lacrime agli occhi:

— Hai parlato tanto di malattie in tutta la tua vita, che dovevi pur finire coll’averne una! — disse; poi cercò di consolarmi.

Io amavo la mia malattia. Ricordai con simpatia il povero Copler che preferiva la malattia reale all’immaginaria. Ero oramai d’accordo con lui. La malattia reale era tanto semplice: bastava lasciarla fare. Infatti, quando lessi in un libro di medicina la descrizione