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sia ricordando come non avessi alcun diritto ad essere geloso visto che passavo buona parte delle mie giornate augurandomi che qualcuno mi portasse via la mia amante. Non v’era neppure alcuno scopo di far vedere il mio disprezzo alla povera giovinetta ormai che già mi baloccavo di nuovo col desiderio di abbandonarla definitivamente, e quantunque il mio sdegno fosse ora ingrandito anche dalle ragioni che poco prima avrebbero provocata la mia gelosia. Quello che occorreva era di allontanarsi al più presto da quella piccola stanzuccia non contenente di più di un metro cubo di aria, per soprappiù caldissima.

Non ricordo neppure bene il pretesto che addussi per allontanarmi subito. Affannosamente mi misi a vestirmi. Parlai di una chiave che avevo dimenticato di consegnare a mia moglie per cui essa, se le fosse occorso, non avrebbe potuto entrare in casa. Feci vedere la chiave che non era altra che quella che io avevo sempre in tasca, ma che fu presentata come la prova tangibile della verità delle mie asserzioni. Carla non tentò neppure di fermarmi; si vestì e m’accompagnò fin giù per farmi luce. Nell’oscurità delle scale, mi parve ch’essa mi squadrasse con un’occhiata inquisitrice che mi turbò: Cominciava essa a intendermi? Non era tanto facile, visto ch’io sapevo simulare troppo bene. Per ringraziarla perchè mi lasciava andare, continuavo di tempo in tempo ad applicare le mie labbra sulle sue guancie e simulavo di essere pervaso tuttavia dallo stesso entusiasmo che m’aveva condotto da lei. Non ebbi poi ad avere alcun dubbio della buona riuscita della mia simulazione. Poco prima, con un’ispirazione d’amore, Carla m’aveva detto che il brutto nome di Zeno, che