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do che il signor Francesco si dedicava attivamente all’antipasto, mormorò:

— E pensare che ha due anni più di me!

Poi, quando il signor Francesco giunse al terzo bicchierino di vino bianco, brontolò sottovoce:

— E il terzo! Che gli andasse in tanto fiele!

L’augurio non avrebbe disturbato se non avessi mangiato e bevuto anch’io a quel tavolo, e non avessi saputo che la medesima metamorfosi sarebbe stata augurata anche al vino che passava per la mia bocca. Perciò mi misi a mangiare e a bere di nascosto. Approfittavo di qualche momento in cui mio suocero ficcava il grosso naso nella tazza del latte o rispondeva a qualche parola che gli era stata rivolta, per inghiottire dei grossi bocconi o per tracannare dei grandi bicchieri di vino. Alberta, solo per il desiderio di far ridere la gente, avvisò Augusta ch’io bevevo troppo. Mia moglie, scherzosamente, mi minacciò coll’indice. Questo non fu male ma fu male perchè così non valeva più la pena di mangiare di nascosto. Giovanni, che fino ad allora non s’era quasi ricordato di me, mi guardò sopra gli occhiali con un’occhiataccia di vero odio. Disse:

— Io non ho mai abusato di vino o di cibo. Chi ne abusa non è un vero uomo ma un... — e ripetè più volte l'ultima parola che non significava proprio un complimento.

Per l’effetto del vino, quella parola offensiva accompagnata da una risata generale, mi cacciò nell’animo un desiderio veramente irragionevole di vendetta. Attaccai mio suocero dal suo lato più debole: la sua malattia. Gridai che non era un vero uomo non chi abusava dei cibi ma colui che supinamente s’adattava alle prescri-