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stato sorvegliato da un’infermiera coadiuvata anche da altre persone. Parlandomene mia moglie ora sorrideva ed ora clamorosamente rideva. La divertiva l'idea di farmi rinchiudere ed io di cuore ne ridevo con lei. Era la prima volta ch’essa s’associava a me nei miei tentativi di curarmi. Fino allora ella non aveva mai presa la mia malattia sul serio e diceva che il fumo non era altro che un modo un po’ strano e non troppo noioso di vivere. Io credo ch’essa fosse stata sorpresa gradevolmente dopo di avermi sposato di non sentirmi mai rimpiangere la mia libertà, occupato com’ero a rimpiangere altre cose.

Andammo alla casa di salute il giorno in cui l’Olivi mi disse che in nessun caso sarebbe rimasto da me oltre il mese dopo. A casa preparammo un po’ di biancheria in un baule e subito di sera andammo dal dottor Muli.

Egli ci accolse in persona alla porta. Allora il dottor Muli era un bel giovane. Si era in pieno d’estate ed egli, piccolo, nervoso, la faccina brunita dal sole nella quale brillavano ancor meglio i suoi vivaci occhi neri, era l’immagine dell’eleganza, nel suo vestito bianco dal colletto fino alle scarpe. Egli destò la mia ammirazione, ma evidentemente ero anch’io oggetto della sua.

Un po’ imbarazzato, comprendendo la ragione della sua ammirazione, gli dissi:

— Già: Ella non crede nè alla necessità della cura nè alla serietà con cui mi vi accingo.

Con un lieve sorriso, che pur mi ferì, il dottore rispose:

— Perchè? Forse è vero che la sigaretta è più