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lesioni s’erano fatte meno velenose. Fu da allora che l’atteggiamento mio immutabile fu di lietezza. Era come un impegno che in quei giorni indimenticabili avessi preso con Augusta e fu l’unica fede che non violai che per brevi istanti, quando cioè la vita rise più forte di me. La nostra fu e rimase una relazione sorridente perchè io sorrisi sempre di lei, che credevo non sapesse e lei di me, cui attribuiva molto scienza e molti errori ch’essa — così si lusingava — avrebbe corretti. Io rimasi apparentemente lieto anche quando la malattia mi riprese intero. Lieto come se il mio dolore fosse stato sentito da me quale un solletico.

Nel lungo cammino traverso l’Italia, ad onta della mia nuova salute, non andai immune da molte sofferenze. Eravamo partiti senza lettere di raccomandazione e, spessissimo, a me parve che molti degl’ignoti fra cui ci movevamo, mi fossero nemici. Era una paura ridicola, ma non sapevo vincerla. Potevo essere assaltato, insultato e sopra tutto calunniato, e chi avrebbe potuto proteggermi?

Ci fu anche una vera crisi di questa paura della quale per fortuna nessuno, neppur Augusta, s’accorse. Usavo prendere quasi tutti i giornali che m’erano offerti sulla via. Fermatomi un giorno davanti al banco di un giornalaio, mi venne il dubbio, ch’egli, per odio, avrebbe potuto facilmente farmi arrestare come un ladro avendo io preso da lui un solo giornale e tenendone molti, sotto il braccio, comperati altrove e neppure aperti. Corsi via seguito da Augusta a cui non dissi la ragione della mia fretta.

Mi legai d’amicizia con un vetturino e un cicerone in compagnia dei quali ero almeno sicuro di non poter essere accusato di furti ridicoli.