Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/172


169

del ridicolo. E fu allora che per la prima volta fui colto dal mio dolore lancinante. Quella sera mi dolsero l’avambraccio destro e l’anca. Un intenso bruciore, un formicolio nei nervi come se avessero minacciato di rattrappirsi. Stupito portai la mano destra all’anca e con la mano sinistra afferrai l’avambraccio colpito. Augusta mi domandò:

— Che hai?

Risposi che sentivo un dolore al posto contuso da quella caduta al caffè della quale s’era parlato anche quella sera stessa.

Feci subito un energico tentativo per liberarmi da quel dolore. Mi parve che ne sarei guarito se avessi saputo vendicarmi dell’ingiuria che m’era stata fatta. Domandai un pezzo di carta ed una matita e tentai di disegnare un’individuo che veniva oppresso da un tavolino ribaltatoglisi addosso. Misi poi accanto a lui un bastone sfuggitogli di mano in seguito alla catastrofe. Nessuno riconobbe il bastone e perciò l’offesa non riuscì quale io l’avrei voluta. Perchè poi si riconoscesse chi fosse quell’individuo e come fosse capitato in quella posizione, scrissi di sotto: «Guido Speier alle prese col tavolino». Del resto di quel disgraziato sotto il tavolino non si vedevano che le gambe, che avrebbero potuto somigliare a quelle di Guido se non le avessi storpiate ad arte, e lo spirito di vendetta non fosse intervenuto a peggiorare il mio disegno già tanto infantile.

Il dolore assillante mi fece lavorare in grande fretta. Certo giammai il mio povero organismo fu talmente pervaso dal desiderio di ferire e se avessi avuta in mano la sciabola invece di quella matita che non sapevo movere, forse la cura sarebbe riuscita.