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122 PARTE SECONDA

e corto il senno; ma era tutt’altro uomo da quello che avrebbe dovuto essere per abbandonare gli antichi amici o rinnegare i sentimenti cui professati aveva una volta. Ad onta del suo affetto inverso alla Casa d’Austria, il conte Alfonso Litta era non meno onesto del figlio, nè più avveduto di lui. Ben conosceva costoro il governo; ond’è che uno de’ principali personaggi in carica di quei tempi studiò il modo di far assapere destramente al conte Litta che l’imperatore conosceva appieno tutta la congiura militare, ed era risoluto di non punire per questa volta uomini traviati da antichi affetti, ma che questa generosa determinazione non si estenderebbe fino a coloro che si facessero rei d’un secondo attentato, ec. ec. Queste consolanti assicurazioni furono tosto dal conte Alfonso Litta partecipate al figliuolo, il quale corse subito in cerca del generale Teodoro Lecchi. Trovatolo, al teatro della Scala, lo trasse in disparte e dissegli, sapersi dal governo ogni cosa: “Parto incontanente”, rispose il generale. “No”, replicò il contino, “ciò non è necessario, io so per buon canale che il governo vuole lasciar cadere questa cosa: nulla avete a temere per ora, ma guardatevi bene a quello che farete per l’avvenire. La clemenza usata ora dell’imperatore, lo indurrebbe ad essere doppiamente severo in un’altra occasione”.

I due amici, ciò detto, si separarono, lieto il Litta di avere sconsigliato al generale un passo falso qual era l’abbandono della patria, e rassicurato il Lecchi, il quale conosceva il come la famiglia Litta fosse in grazia del governo. Ma non passarono tre giorni ch’ei venne catturato, e con esso il generale Bellotti, e i signori Cavedoni, Brunetti, Pagani, Gerosa e Caprotti.