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men gagliarda di cervello di Spinella sua sorella. Finite le nozze, e tradotta la moglie a casa, Pisardo prese un paio di bracche da uomo e duo bastoni; e disse: Fiorella, queste sono bracche da uomo; piglia tu l’un di questi, ed io prenderò l’altro: e combattiamo le bracche, qual di noi le debba portare; e chi di noi sarà vincitore, quello le porti: e chi sarà perditore, quello stia ad ubidienza del vincente. Udendo Fiorella le parole del marito, senza mettergli intervallo di tempo, umanamente rispose: Ahimè, marito, che parole son queste che voi dite? Non siete voi il marito, e io la moglie? Non debbe star la moglie ad ubidienza del marito? E come io mai potrei far tal pazzia? Portate pur voi le bracche, ché a voi più ch’a me si convengono. — Io adunque — disse Pisardo — porterò le bracche, e sarò il marito; e tu, come mia diletta moglie, starai all’ubidienza mia. Ma guarda che non cangi pensiero, nè vogli tu esser marito, e io la moglie, acciò che poi tu non ti dogli di me. Fiorella, che era prudente, confermò quanto gli aveva detto, e il marito in quel punto le diede il governo di tutta la casa; e consegnolle le robbe, dimostrandole il modo e l’ordine del viver suo. Dopo disse: Fiorella, vieni meco, chè io ti voglio mostrare e miei cavalli, ed ensegnarti come li debbi governare, quando fia bisogno. E giunto alla stalla, disse: Che ti pare, Fiorella, di questi miei cavalli? Non sono belli? Non sono ben tenuti? A cui rispose Fiorella: Signor sì. — Ma guarda — disse Pisardo — come sono maneggevoli e presti; e presa una sferza in mano, toccava or questo or quello, dicendo: Fatti qua, fatti là. Ed i cavalli, stringendosi la coda fra le gambe, e facendosi tutti in un groppo, ubidivano al patrone. Aveva Pisardo tra gli altri un cavallo assai bello di vista, ma vicioso e poltrone: e di lui poco conto