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sto maneggiavano molte merci, con le quali avevano acquistato un ricco tesoro. Questi, sendo ricchi e di nobil parentado e senza moglie, come ad amorevoli fratelli conviene, vivevano a comuni spese; e tanto era il loro fratellevole amore, che l’uno non faceva cosa veruna, che non fosse di somma contentezza dell’altro. Avenne che Andolfo, minor fratello, con consenso però di Ermacora, si maritò; e prese per sua legittima moglie una donna gentile e bella, e di sangue nobile, il cui nome era Castoria. Costei, perciò che prudente era e di alto ingegno, non meno onestamente amava e riveriva Ermacora suo cognato, che Andolfo suo marito: e l’uno e l’altro di loro con reciproco amore le correspondeva; e tanta era fra loro la concordia e la pace, che per l’adietro mai non si trovò la pare. Castoria, sì come piacque al giusto Dio, ebbe molti figliuoli: e sì come cresceva la famiglia, così parimente cresceva l’amorevolezza e la pace, e s’aumentavano le ricchezze: nè v’era tra loro mai differenzia alcuna; anzi tutti tre erano d’un medesimo volere e d’una medesima volontà. Cresciuti e figliuoli, e giunti alla perfetta età, la cieca fortuna, invidiosa dell’altrui bene, s’interpose; e dove era unione e pace, cercò di metter guerra e discordia. Onde Andolfo, mosso da fanciullesco e non ben regolato appetito, deliberò al tutto dividersi dal fratello, e conoscere la parte di beni suoi, e abitare separatamente altrove; e un dì disse al fratello: Ermacora, egli è gran tempo che noi amorevolmente abbiamo abitato insieme, e communicato il nostro avere, nè mai tra noi è stata torta parola; e acciò che la fortuna, volubile come al vento foglia, non semini tra noi qualche zizania, ponendo disordine e discordia dove è ordine e