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L’enimma da Fiordiana raccontato diede amplissimo campo di ridere, perciò che, se non tutti, almeno la maggior parte disonestissimo lo giudicarono; ma Fiordiana, che già s’era accorta per le molte risa mal esser giudicato di lei, levatasi in piedi, con grazioso viso disse: Signori miei, il vostro piacevole ridere m’indica manifestamente che voi istimate il nostro enimma esser sporco, anzi sporchissimo. Ma nel vero, se con le orecchie attenderete, no ’l trovarete così sozzo, come voi lo istimate. Imperciò che altro non dimostra il nostro enimma, salvo che la vaga tessaretta, la quale con i piedi mena le calcole, e con le mani fa andar di qua e di là la navicella con la fessura, e tira a se le casse, acciò che la tela si faccia più fissa. Comendorono tutti il solevato ingegno di Fiordiana e maggiore di quello che giudicavano, lo riputorono, e con esso lei sommamente s’allegrarono. Ed acciò che non si consumasse il tempo in più ragionamenti e le risa più oltre non procedessino, la Signora fece motto a Vicenza, che con la sua favola l’ordine seguitasse. Ed ella tutta allegra in tal modo a dire incominciò.


FAVOLA IIII.


D’alcuni figliuoli, che non volsero esequire il testamento del padre loro.


La maggior pazzia che possa far l’uomo o la donna, è questa, cioè aspettar di far bene dopo la morte, perciò che oggidì o poco o niente si serva la fede a’ morti; e questo noi abbiam provato, che quel poco che ne fu lasciato, non l’abbiamo mai potuto conseguire. E questo è processo per causa degli esse-