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si confessasse e ordinasse i fatti suoi, sì come appartiene ad ogni catolico e buon cristiano. Egli, che era tutto dedito ad arricchirsi, nè pensava giorno e notte ad altro che ingrandirsi, non temeva di morire, anzi deleggiava coloro che li rammentavano la morte; e facevasi recare ora una cosa or l’altra, prendendo di quelle trastullo e gioco. Or avenne che dopo molti stimoli degli amici e parenti, egli volse compiacerli; e comandò che Tonisto Raspante suo notaio e pre’ Neofito suo confessore fussero chiamati, che voleva confessarsi e ordinare i fatti suoi. Venuto il confessore e il notaio, s’appresentaro a lui; e dissero: Messer Andrigetto, Iddio vi dia la vostra sanità. E come vi sentite? State di buon animo: non abbiate timore, che tosto vi risanarete. Rispose Andrigetto, che era molto aggravato, e che prima voleva ordinare e fatti suoi e poi confessarsi. Il confessore diede fede alle sue parole, essortandolo molto che si ricordasse di messer Domenedio, e che si conformasse con la sua volontà; che, così facendo, li restituirebbe la sua sanità. Andrigetto ordinò che fossero chiamati sette uomini, i quai fussero testimoni del suo nuncupativo ed ultimo testamento. Venuti i testimoni ed appresentatisi all’infermo, disse Andrigetto al notaio: Tonisto, che vi viene per mercede di pregare un testamento? Rispose Tonisto: Secondo il capitolare de’ notai, è un fiorino; poi, più e meno secondo vogliono i testatori. — Or, disse Andrigetto, prendene duo, e fa che tu scrivi quanto io ti comanderò. Il notaio di così far rispose. E fatta l’invocazione del divino nome, e scritto il millesimo, il giorno, il mese e la indizione, sì come sogliono far i notai nell’instromenti, in tal modo scrivere incominciò: Io Andrigetto di Valsabbia, sano della mente, ancor che languido del corpo, lascio l’anima mia al