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vorata. Onde appressatosi a lei che dirottamente piangeva, la confortò, e disse: Non piangete, donna, nè più vi rammaricate, perciò che io sono qui aggiunto per liberarvi. E così dicendo, ecco con gran empito uscir fuori l’insaziabil dracone; e con la bocca aperta cercava di lacerare e divorare la vaga e delicata giovane, la quale per paura tutta tremava. Allora Cesarino, da pietà commosso, s’inanimò, e spinse li tre animali contra l’affamata e ingorda belva; e tanto combatterono, che finalmente l’atterrarono e uccisero. Indi Cesarino col coltello, che nudo in mano teneva, gli spiccò la lingua, e postala in uno sacco, la riservò con molta diligenza; e senza dir parola alla liberata giovane, si riparti ed all’eremo ritornò, raccontando al padre tutto quello aveva operato. L’eremita, intendendo il drago esser morto, e la giovane e il paese liberato, assai se n’allegrò. Avenne che un contadino rozzo e materiale, valicando per quel luogo dove l’orribil fiera morta giaceva, vide il pauroso e fiero mostro; e messo mano ad un suo coltellone, che a lato teneva, gli spiccò il capo dal busto: e postolo in un saccone che seco aveva, caminò verso la città. E caminando di buon passo, aggiunse la donzella che al padre ritornava, e con lei s’accompagnò; e giunto al real palazzo, l’appresentò al padre, il qual, veduta la ritornata figliuola, quasi da soverchia letizia se ne morì. Il contadino tutto allegro, trattosi il cappello che in capo aveva, disse al re: Signore, la figliuola vostra a me tocca per moglie, però che la campai dalla morte; e in segno della verità trasse dal saccone l’orribil teschio dell’uccisa fiera, e appresentollo al re. Il re, considerando il teschio dell’altero e non più veduto mostro e compresa la liberazione della figliuola e del paese, ordinò un onorato trionfo e una superba festa,