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gran sapiente; e quelli del contado assai volontieri il vedevano, onoravano, e di molta dottrina l’estimavano. Avenne che dovendosi il giorno di San Macario in Brescia celebrare una divota e solenne processione, il vescovo fece fare un espresso comandamento a tutti i chierici sì della città, come di villa, che sotto pena di ducati cinque dovessero, con cappis et coctis venir ad onorare la solenne festa, sì come ad un tanto divoto santo si conveniva. Il nunzio del vescovo, andatosene alla villa di Bedicuollo, trovò messer pre’ Papiro, e fecegli il comandamento, da parte di monsignor lo vescovo, che sotto pena di ducati cinque il giorno di San Macario la mattina per tempo si trovi a Brescia nella chiesa catredale cum cappis et coctis, acciò che egli cogli altri preti onori la solenne festa. Partito che fu il nunzio, messer pre’ Papiro cominciò tra se stesso pensare e ripensare che dir volesse ch’ei venisse a tal solennità cum cappis et coctis. E discorrendo su e giù per casa, ruminava con la dottrina e sapienzia sua, se per aventura poteva venir in cognizione delle predette parole. Or avendo lungamente pensato sopra questo, finalmente gli occorse nell’animo che cappis et coctis non significasse altro che capponi cotti. Onde, fermatosi nella sua bestial intelligenza, senza aver l’altrui consiglio, prese due paia di capponi, e degli migliori, e alla fante ordinò che diligentemente li cucinasse. Venuta la mattina sequente, pre’ Papiro nell’aurora montò a cavallo: e fattisi dare in un piatto i capponi cotti, a Brescia li portò; ed appresentatosi dinnanzi a monsignor lo vescovo, li diede i capponi cotti, dicendoli che dal suo nuncio gli era stato commesso, ch’egli venisse ad onorar la festa di San Macario cum cappis et coctis, e per sodisfare al debito suo egli era venuto, e seco portato aveva i capponi cotti. Il vescovo,