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loro, e la fanciulla col suo marito per molti anni felicemente visse.

Stava ciascuno di auditori non men pietoso che attonito ad ascoltare la compassionevole novella. Ma poscia che giunta fu a piacevole fine, tutti s’allegrorono; e la Signora ad Isabella impose che l’enimma raccontar dovesse. La quale, con gli occhi ancor non asciutti, umilmente così disse.

Signori, e ’l ci è una cosa qua fra noi,
     Che non si vede; e va, nè pur si move:
Anzi è partita, nè più torna poi;
     E qui sta ferma, e gira, e non so dove.
Molti e diversi son gli effetti suoi;
     Chè, non partendo, se ne vola altrove.
Qual alma fia di voi sì ingeniosa,
     Che sappia indovinar questa mia cosa?

Grato fu a ciascaduno il dotto e arguto enimma da Isabella recitato, nè vi fu alcun della compagnia a cui bastasse il cuore d’interpretarlo. Ma la prudente Isabella così l’espose: ciò è, che era il mutabile pensiero dell’uomo, il quale è invisibile, e va in ogni luogo: non però si muove dall’uomo. Egli sta fermo, e va, e non si sa dove: ma volto in diverse parti dell’intelletto, non si movendo, produce varii e infiniti effetti. Grave e sottile fu l’esposizione del raccontato enimma, nè fu veruno che soddisfatto non rimanesse. Vicenza, che sapeva la volta del dire a sè toccare, non aspettò altro comandamento della Signora, ma la sua favola in tal maniera cominciò.