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suo canto ormai dinunciava il futuro dì: ed ella, senza far altra iscusazione, così disse.

Rossetta bella d’ogni laude degna,
     Onor del cielo e del mondo corona,
Quando tu spieghi la candida insegna,
     Che ad alto lieva ogni gentil persona,
Del largo tuo valor l’uomo s’impregna
     Ed a ben operar l’anima sprona.
Ma quando scopri l’altra oscura e nera,
     Convien ch’a forza ogni gran stato pera.

Il nostro enimma altro non denota, che la buona e cattiva lingua; la quale è rossa e onor del cielo, perciò che con quella lodiamo e ringraziamo Iddio di benefici da lui a noi concessi: ed è parimenti corona e gloria del mondo, quando quella l’uomo adopra in bene; ma quando l’opera in contrario, non è sì potente stato, ch’ella non atterri e ponghi al basso. E di questo io potrei addurre infiniti essempi; ma la cortezza del tempo e gli animi lassi non patiscono maggior lunghezza. E fatta la debita riverenza, si pose a sedere. — Finito l’enimma, e da tutti non poco comendato, comandò la Signora che e torchi s’accendessero e tutti andasseno alle lor case; imponendogli strettissimamente che tutti la sera seguente ben preparati all’usato luoco ritornassino. E così tutti unitamente promisero di fare.


Nell’edizione del 1556, e in seguito in tutte le altre, la fav. VIII, 3 fu ommessa e sostituita dalle due seguenti favole.