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CAPO TERZO 67

palazzo, e lo confidò incautissimamente alla custodia dell’arcivescovo Lamberto, ch’ei credeva fedele, anche per l’assenso che poco prima gli aveva accordato ponendolo al possedimento della dignità arcivescovile. Poco dopo, l’Imperatore conobbe d’avere malamente scelto il custode d’un prigioniero che non poteva restare libero senza pericolo di lui, e quindi lo richiese. L’arcivescovo lo ricusò collo specioso titolo che non dovea consegnare il prigioniero a chi poteva porlo in pericolo della vita. Lamberto non si arrestò al rifiuto; lasciò in libertà l’affidatogli Olderico, il quale tosto andò ad unirsi con Adalberto marchese d’Ivrea, e con Gilberto conte, e levatasi la maschera comparvero disposti a detrudere colla forza l’Augusto Berengario; il quale assoldato un corpo di Unni, vinse i ribelli, rimanendo estinto sul campo Olderico, prigioniero Gilberto e fuggitivo il Marchese. L’imperatore Berengario diede un generoso perdono a Gilberto conte, e resegli la libertà. L’uso che fece di questo dono l’ingrato Gilberto, fu di portarsi immediatamente dal Re di Borgogna, e nello spazio di un mese guidarlo nell’Italia, e fino a Pavia, di dove spedì Rodolfo un diploma nel 992 riferitoci dal Muratori1; e l’imperator Berengario per la seconda volta dovette vedere un oltramontano chiamato a discacciarlo coll’opera dell’Arcivescovo di Milano; e per la seconda volta sorpreso, gli convenne fuggirsene al suo asilo di Verona, per l’invasione prima di Lodovico re di Provenza, ed ora di Rodolfo re di Borgogna. Quasi nella guisa medesima con cui Berengario scacciò dall’Italia nel 902 Lodovico dopo due anni, ne’ quali rimase rinchiuso in Verona; dopo due anni

  1. Med. Aev. tomo VI, pag. 525.