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capo secondo 39

Vi è chi in questo racconto, che ci viene da Procopio1, crede di trovare una esagerazione, e limita l’eccidio a trentamila abitanti, e non più, considerando la inverosimiglianza di supporre una così grande popolazione in una città di giro angusto, e già da Attila diroccata e incenerita. Io però non oserei di accusare l’inesattezza di Procopio, che, sebbene scrivesse lontano da noi, scriveva però avvenimenti de’ tempi suoi, e avvenimenti che alla corte di Costantinopoli dovevano essere esattamente palesi. Egli è vero che la città era piccola, e già ne ho indicato il recinto; ma è verosimile che l’esterminio cadesse sopra tutti gli abitatori del Milanese. Vero è altresì che rari sono nella storia così enormi atrocità; non sono però senza esempio, e uno de’ più sicuri lo somministra l’America meridionale. È finalmente vero che la umana natura non è spinta nemmeno fra i barbari a superflua crudeltà; ma la condizione de’ Goti era pericolosissima sin tanto che l’Insubria fosse popolata da una nazione loro infensa. I Greci sbarcavano nella Sicilia e nel regno di Napoli, e s’innoltravano da quella parte a far loro guerra. I Goti avevano per alleati gli oltramontani; ma se gl’Insubri, male affetti, vi rimanevano di mezzo, i Goti erano fra due armate nemiche, privi di ritirata. La necessità adunque suggeriva di non porre limite alla distruzione degli abitatori. Tutto ciò, a mio credere, prova la possibilità della asserzione di Procopio; e quello poi che sopra tutto me la rende verosimile, si è la considerazione che la salubrità del clima, e singolarmente la fecondità della terra del Milanese sono tali, che sempre dopo le sciagure sofferte o per le vicende politi-

  1. De bello Gothico lib. II, cap. 21.