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capo decimoterzo 449

gerazione in questi fatti. Mi sento uomo; ed ho piacere di lusingarmi che un uomo simile a me non possa mai discendere in tale abisso di crudeltà. Credo esagerati i racconti di Nerone, di Caligola e di simili principi. Ma togliendo anche la esagerazione, sempre ne rimane abbastanza per detestarli. I popoli disgraziati che erano sudditi di un tal uomo, gemevano altresì sotto il peso di gravosissimi tributi. Il Corio ci dice che Barnabò ogni anno riceveva centomila fiorini d’oro pe’ carichi ordinari, e sessantamila fiorini d’oro pei straordinari; in tutto incassava centosessantamila annui fiorini d’oro dal suo Stato. Egli possedeva Cremona, Bergamo, Brescia, Crema, Lodi, Parma e la metà di Milano, e questo carico contributo da suoi popoli allora riusciva insopportabile. Oggidì il solo Cremonese paga altretanto senza che il popolo sia oppresso; il che sempre dimostra quanto ho detto al capitolo ottavo e ripetuto poi, cioè che il valore dell’oro, reso in questi tempi più abbondante, si è notabilmente diminuito.

Il fenomeno fisico di cui ho fatto cenno, quello cioè per cui l’anno 1364 venne una funesta carestia nellaFonte/commento: Pagina:Storia di Milano I.djvu/614 Stato, è per fortuna nostra così insolito nel Milanese, che le persone poco istrutte lo potrebbero collocare fra le favolose invenzioni immaginate per allettare colla maraviglia. Ma ve ne sono prove tali, che non ci lasciano luogo a dubitarne. Tre scrittori che allora vivevano, i quali, oscuramente celati, notavano gli avvenimenti de’ loro tempi, senza che uno potesse avere cognizione dell’altro, ce lo hanno tramandato concordemente; e sono Pietro Azario, l’autore degli Annali Milanesi, ed il cronista di Piacenza. Nell’anno 1364