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316 D e l   B e l l o   c o n s i d e r a t o

stato pure attribuito a Teti nella pittura d’un bel vaso di terra cotta esistente nella biblioteca Vaticana1.

§. 7. Sì questa Venere, che la prima, ha negli occhi dolcemente aperti quel lusinghiero ed affettuoso, che i Greci chiamavano ὑγρὸν, come dirò più sotto. Un tal guardo però è ben lontano da que’ tratti indicanti lascivia, coi quali alcuni moderni artisti hanno creduto di caratterizzare le loro Veneri. L’Amore dagli antichi maestri, come dai più ragionevoli filosofi di que’ tempi consideravasi, per valermi dell'espressione d’Euripide, come il consigliere della saggezza: τῇ σοφίᾳ παρέδρους ἔρωτας2.

§. 8. Quando io dissi pocanzi non trovarsi altre dee ignude, fuorché Venere, le Grazie, e le Ore, non fu già mio pensiere d’asserire che Venere si rappresentasse costantemente ignuda. Vestita era la Venere di Prassitele a Gnido3; vestita è una bella statua di questa dea, che dianzi vedeasi nel palazzo Spada in Roma, e fu poscia trasportata in Inghilterra; e vestita è pur la di lei figura in basso-rilievo fu uno dei due bei candelabri4, esistenti una volta nel palazzo Barberini, e che ora appartengono allo scultore Cavaceppi5.

[Giunone.] §. 9. Giunone, oltre il diadema rialzato a modo di collina, è riconoscibile agli occhi grandi e alla bocca imperiosa, i cui tratti sono sì particolarmente proprj a questa dea, che da un semplice profilo rimastoci d’una testa muliebre in un guado cammeo del museo Strozzi, pei tratti della bocca giudicar si può sicuramente esser quella una Giunone. La


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  1. Monum. ant. num. 131.
  2. Eurip. Med. vers. 843. [Si può vedere Ateneo lib. 13. cap. 2. pag. 561., ove molto a lungo si diffonde per provare che gli antichi Greci non si aveano formata un’idea disonesta di Venere, e di Amore.
  3. Plin. lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 5. [ Scrive Plinio, che quella di Coo era vestita; e quella di Cnido era nuda; quale infatti si vede anche sulle monete di quell’isola, due delle quali possono osservarsi riportate da! signor abate Visconti Museo Pio-Clementino T. I, Tav. a. ove spiega per copie di quella famosa statua, la bellissima del Museo medesimo nella Tavola 2., e due altre che vi sono, meno belle: onde non potrà più godere di quest’onorc la detta Venere dc’ Medici, come taluno ha creduto presso Lanzi al luogo più volte citato, fjg. 171.
  4. Monum. ant. num. 30.
  5. Vedi sopra pag. 177. not. h.