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voce a sostenerli; so pur troppo dalla deliberazione che ne fu risultato che il voto dei Piemontesi fu disconosciuto o sprezzato.

In quell’epoca una delle figlie del re n’andò a sposa del principe di Lucca: nelle feste che per quei sponsali celebraronsi a Torino, le cautele e l’imponente apparato militare di cui circondossi la corte, ne svelarono le inquietudini; i Piemontesi assiduamente attaccati alla persona del re, anche quando ne lamentano il mal governo, se ne adontarono, ed una cupa e silenziosa accoglienza ne fe’ avvisata la corte.

L’animo di Vittorio Emanuele addolorò all’insolito spettacolo di quei volti taciturni, e forse sarebbesi indotto a risoluzioni di salvezza per la patria, se un passo ardito ma necessario non si fosse da canto nostro trascurato. Bisognava distruggere tutte le illusioni delle quali la corte e molti dei ministri aveano accerchiato il principe, era mestieri che mille e mille petizioni recassero da ogni parte a’ piedi del trono le giuste doglianze della nazione. Non v’ha dubbio che i primi si sarebbero colla lor firma dischiusa una prigione di stato, ma col succedersi e moltiplicarsi del numero, il re ne sarebbe rimasto illuminato e la rivoluzione risparmiata. I proprietari piemontesi non ebbero quel coraggio politico, ed ogni giorno crescono loro i motivi di dolersene.

Il tempo incalzava. La guerra preparata dall’Austria, le sue minaccie, il suo disprezzo, l’energia del Parlamento Napoletano, erano incitamento all’opinione, e l’istante era giunto di tracciare all’armata