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quale hanno battagliato le nuove generazioni nel loro contraddittorio movimento ora indietro, ora innanzi.

Ci è un piccolo libro del Machiavelli, tradotto in tutte le lingue, il Principe, che ha gittato nell’ombra le altre sue opere. L’autore è stato giudicato da questo libro, e questo libro è stato giudicato non nel suo valore logico e scientifico, ma nel suo valore morale. E hanno trovato che questo libro è un codice della tirannia, fondato sulla turpe massima che il fine giustifica i mezzi, e il successo loda l’opera. E hanno chiamato macchiavellismo questa dottrina. Molte difese sonosi fatte di questo libro ingegnosissime, attribuendosi all’autore questa o quella intenzione più o meno lodevole. Così n’è uscita una discussione limitata e un Machiavelli rimpiccinito.

Questa critica non è che una pedanteria. Ed è anche una meschinità porre la grandezza di quell’uomo nella sua utopia italica, oggi cosa reale. Noi vogliamo costruire tutta intera l’immagine, e cercare ivi i fondamenti della sua grandezza.

Niccolò Machiavelli è innanzi tutto la coscienza chiara e seria di tutto quel movimento che nella sua spontaneità dal Petrarca e dal Boccaccio si stende sino alla seconda metà del cinquecento. In lui comincia veramente la prosa cioè a dire la coscienza e la riflessione della vita. Anche lui è in mezzo a quel movimento, e vi piglia parte, ne ha le passioni e le tendenze. Ma, passato il momento dell’azione, ridotto in solitudine, pensoso sopra i volumi di Livio e di Tacito, ha la forza di staccarsi dalla sua società, e interrogarla: cosa sei? dove vai?

L’Italia aveva ancora il suo orgoglio tradizionale, e guardava l’Europa con l’occhio di Dante e del petrarca, giudicando barbare tutte le nazioni oltre le Alpi. Il suo modello era il mondo greco e romano, che si studiava di assimilarsi. Soprastava per coltura, per industrie, per ricchezze, per opere d’arti e d’ingegno: teneva senza

De Sanctis ― Lett. Ital. Vol. II 5