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ripugnanza del genio italiano. E i romantici furono lieti, quando poterono gittar via quel nome d’imprestito, fonte di tanti equivoci e litigi, e prendere un nome accettato da tutti. Anche in Germania il romanticismo fu presto attirato nelle alte regioni della filosofia, e spogliatosi quelle forme fantastiche e quel contenuto reazionario riuscì sotto nome di letteratura moderna nell’ecletismo, nella conciliazione di tutti gli elementi e di tutte le forme sotto i principii superiori dell’estetica, o della filosofia dell’arte.

Pigliando il romanticismo in quel suo primo stadio, quando si affermava come distinto, anzi in contraddizione col secolo scorso, e movea guerra ad Alfieri, e proclamava una nuova riforma letteraria, il suo torto fu di non accorgersi che esso era in sostanza non la contraddizione, ma la conseguenza di quel secolo appunto, contro il quale armeggiava. In Germania l’idea romantica sorse in opposizione all’imitazione francese così alla moda sotto il gran Federico. Era una esagerazione, ma in quell’esagerazione si costituivano le prime basi di una letteratura nazionale, dalla quale uscivano Schiller e Goethe. E fu lavoro del secolo decimottavo. Schiller fu contemporaneo di Alfieri. Quando l’idea romantica s’affacciò in Italia, già in Germania era scaduta, trasformatasi in un concetto dell’arte filosofico e universale. Goethe era già alla sua terza maniera, a quel suo spiritualismo panteistico, che produceva il Faust. Il romanticismo veniva dunque in Italia troppo tardi, come fu poi dell’eghelismo. Parve a noi un progresso ciò che in Germania la coltura aveva già oltrepassato e assorbito. La riforma letteraria in Italia tanto strombazzata non cominciava, ma continuava. Essa era cominciata nel secolo scorso. Era appunto la nuova letteratura, inaugurata da Goldoni e Parini, al tempo stesso che in Germania si gittavano le fondamenta della col-