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che scopre l’artificio, una vita a lampi e salti, più dialogo che azione, e sotto forme brevi spesso prolissa e stagnante. Si succedono sentimenti crudi, aguzzi, senza riposi o passaggi, e accumulati con una tensione intellettuale di poca durata e che finisce nello scarno e nell’insipido. E si comprende perchè fra tanto calore la composizione riesce nel suo insieme fredda e monotona, perchè in quell’esaltazione fittizia del discorso ti senti nel vuoto, e perchè fra tanti motti e sentenze memorabili non ricordi un solo personaggio, uomo o donna che sia. Non uno è rimasto vivo. E il difetto è maggiore negli eroi, soprattutto ne’ rari casi che la forza è con loro e sono essi i vincitori. Le loro qualità eroiche, religione, patria, libertà, amore si esalano in frasi generiche, e non puoi mai coglierli nella loro intimità e nella loro attività. Ci è il patriottismo, e non la patria; ci è l’amore e non l’amante; ci è la libertà, e manca l’uomo: sembrano personificazioni più che persone nei contrasti, nelle gradazioni, nella ricchezza della loro natura. Tali sono Carlo e Isabella, Davide e Gionata, Icilio e Virginio, e i bruti, gli Agidi; i Timoleoni. Manca alla virtù ogni semplicità e modestia, e nella concitata espressione senti la povertà del contenuto. Maggior vita è nei personaggi tirannici o colpevoli, dove Alfieri ha condensata tutta la sua bile, e l’odio lo rende profondo. Uno dei personaggi da lui meno stimati e più interessanti per ricchezza e profondità di esecuzione è il suo Egisto nell’Agamennone; e la scena dove l’iniquo con tanta abilità fa sorgere nella mente di Clitennestra l’idea dell’assassinio, è degna di Shakespeare.

Alfieri è l’uomo nuovo in veste classica. Il patriottismo, la libertà, la dignità, l’inflessibilità, la morale, la coscienza del dritto, il sentimento del dovere, tutto questo mondo interiore oscurato nella vita e nell’arte italiana gli viene non da una viva coscienza del mondo