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e lesse Metastasio saltando le ariette, e non potè leggere l’Enriade e l’Emilio per quel rettoricume, che gli toglieva la vista del racconto. Aspettando i cavalli in Savona, gli capitò un Plutarco. Qui sentì qualche cosa di più che il racconto, gli battè il cuore, quelle immagini colossali non lo sbigottivano, anzi suscitarono la sua emulazione; non potrei essere anch’io come loro? E il potere c’era, perchè le sue forze non erano da meno. Una notte, assistendo l’amata nella sua infermità, sceneggiò una tragedia, la quale rappresentata poi a Torino ebbe grandi applausi. Perchè non potrei io essere scrittore tragico? Venutogli questo pensiero, ci si fermò. Secondo le opinioni di quel tempo, l’Italia era innanzi a tutte le nazioni in ogni genere di scrivere; ma le mancava la tragedia. Quest’era l’idea fissa di Gravina, e l’ambizione di Metastasio, a questo lavorarono il Trissino, il Tasso, il Maffei. Ma la tragedia non c’era ancora, per sentenza di tutti. E dare all’Italia la tragedia gli pareva il più alto scopo a cui un italiano potesse tendere. Dai suoi viaggi avea portata ingrandita l’immagine dell’Italia, non trovato nulla comparabile a Roma, a Firenze, a Venezia, a Genova. Aggiungi la maestà dell’antica Roma, le memorie di una grandezza non superata mai. E quantunque l’Italia a quei dì fosse tanto degenere, avea fermissima fede in una Italia futura, che vagheggiava nel pensiero simile all’antica. Di questa nuova Italia fondamento era il rifarvi la pianta uomo, e gli parea che la tragedia, rappresentazione dell’eroico, fosse acconcia a ritrarvi questo nuovo uomo, che gli ferveva nella mente, ed era lui stesso. Questi concetti erano del secolo, penetrati qua e là nelle menti, e da lui bevuti insieme con gli altri. Ma divennero in lui passione, scopo unico e ultimo della vita, e vi pose tutte le sue forze. Volle essere redentore d’Italia, il grande precursore di una nuova era, e, non potendo