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del Goldoni e le Fiabe del Gozzi, la commedia borghese e la commedia popolana.

Carlo Goldoni era, come Metastasio, artista nato. Di tutti e due se ne volea fare degli avvocati. Anzi Goldoni fece l’avvocato con qualche successo. Ma alla prima occasione correva appresso agli attori, insino a che il natural genio vinse. Tentò parecchi generi, prima di trovare sè stesso. Zeno e Metastasio erano le due celebrità del tempo; il dramma in musica era alla moda. Scrisse l’Amalasunta, il Gustavo, l’Oronte, più tardi il Festino e qualche altro melodramma buffo; scrisse anche tragedie, la Rosmunda, la Griselda, l’Enrico, e tragicommedie, come il Rinaldo. Poeta stipendiato di compagnie comiche, costretto in ciascuna stagione teatrale di dare parecchie opere nuove, e in una stagione ne diè sedici, saccheggiò, raffazzonò, tolse di qua e di là ne’ repertorii italiani e francesi, e anche ne’ romanzi. Non ci era ancora il poeta, ci era il mestierante; ci era Chiari, non ci era ancora Goldoni. Trattava ogni maniera di argomento secondo il gusto pubblico, commedie sentimentali, commedie romanzesche, come la Pamela, Zelinda e Lindoro, la Peruviana, la bella Selvaggia, la bella Georgiana, la Dalmatina, la Scozzese, l’Incognita, l’Ircana, raffazzonamenti la più parte e imitazioni francesi. Scrisse anche commedie a soggetto, come Il figlio di Arlecchino perduto e ritrovato, Le trentadue disgrazie di Arlecchino. Si rivelò a sè stesso e al pubblico nella Vedova scaltra. Cominciarono le critiche, e cominciò lui ad avere una coscienza d’artista. La vecchia letteratura ondeggiava tra il seicentismo e l’arcadico, il gonfio e il volgare. Goldoni nelle sue Memorie dice «I miei compatriotti erano accostumati da lungo tempo alle farse triviali e agli spettacoli giganteschi. La mia versificazione non è mai stata di stil sublime; ma ecco appunto quel che bisognava per ridurre