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tenuto nuovo nomi nuovi. Commedia e tragedia parve l’uomo mutilato e ingrandito, veduto da un punto solo ed oltre il naturale. La critica da’ bassi fondi della lingua e dello stile si alzava al concetto dell’arte, alla sua materia e alla sua forma, al suo scopo e a’ suoi mezzi. Iniziatore di quest’alta critica, che fu detta estetica, era Didèrot. Da lui usciva l’affermazione dell’ideale nella piena realtà della natura, che è il concetto fondamentale della filosofia dell’arte. L’ideale scendeva dal suo piedistallo olimpico, e non era più un di là, si mescolava tra gli uomini, partecipava alle grandezze e alle miserie della vita, non era un Iddio sotto nome di uomo, era l’uomo; non era tragedia e non commedia, era il dramma. La poesia era storia, come la storia era poesia. L’ideale era la stessa realtà, non mutilata, non ingrandita, non trasformata, non scelta, ma piena, concreta, naturale, in tutte le sue varietà, la realtà vivente. La tragedia ammetteva il riso, e la commedia ammetteva la lacrima; s’inventò la commedia lacrimosa, e la tragedia borghese. Il nuovo ideale non era l’Iddio o l’Eroe de’ tempi feudali, era il semplice borghese in lotta con la vita e con la società, e che sente della lotta tutt’i dolori e le passioni. Come il bambino entra nel mondo tra le lacrime, così l’ideale uscendo dalla sua astrazione serena entrava nella vita lacrimoso, era patetico e sentimentale. Le Notti di Young ispiravano ad Alessandro Verri le Notti romane. Rousseau col suo sentimentalismo rettorico faceva una impressione così profonda, come col suo naturalismo filosofico. Questi concetti e questi lavori, frutto di una lunga elaborazione presso i francesi, giungevano a noi tutt’in una volta, come una inondazione, destando l’entusiasmo degli uni, le collere degli altri. Le quistioni di lingua e di stile si elevavano, divenivano quistioni intorno allo stesso contenuto dell’arte, in breve tempo la critica meccanica diveniva