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come una pura ipotesi e spiegazione de’ fenomeni celesti e naturali, e i filosofi avevano sempre cura di aggiungere: Salva la fede. Così il libro di Copernico, dedicato a Paolo III, fu tenuto innocuo per ottanta anni. Ma la sua dottrina si diffondeva celeremente, propugnata da Bruno, da Campanella, da Galileo e da Cartesio, che si preparava a farne una dimostrazione matematica. Il libro di Copernico parve allora cosa eretica, e fu condannato, essendo cosa più facile scomunicare che confutare. Cartesio pose a dormire la sua dimostrazione. Il povero Galileo, processato e torturato, dovette confessare che Terra stat et in aeternum stabit, ancorchè la sua coscienza rispondesse: Eppur si muove. E la sua scrittura sulla mobilità della terra mandò al Gran Duca con queste parole, ritratto de’ tempi: «Perchè io so quanto convenga obbedire e credere alle determinazioni de’ superiori, come quelli che sono scorti da più alte cognizioni, alle quali la bassezza del mio ingegno per sè stesso non arriva, reputo questa presente scrittura che gli mando, come quella che è fondata sulla mobilità della terra, ovvero che è uno degli argomenti che io produceva in sostegno di essa mobilità, la reputo, dico, come una poesia, ovvero un sogno, e per tale la riceva l’Altezza Vostra». Altrove la chiama una chimera, un capriccio matematico, e nasconde la verità, come fosse un delitto o una vergogna. Di quest’accusa e di questo processo giunse notizia a Tommaso Campanella, e fra’ tormenti del carcere scrisse l’apologia di Galileo.

Galileo fu lasciato vivere solitario in Arcetri, già rifugio del Guicciardini, dove i dispiaceri e le malattie prima gli tolsero la vista e poi la vita. Morì nel 1642, l’anno stesso che nacque Newton. L’anno dopo Torricelli, suo allievo, trovava il barometro. Tre anni prima