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Ma sono scarse faville. Non è così rimesso d’animo o cupido d’onori che imiti i cortigiani, e sacrifichi la sua comodità per fare a gusto del Cardinale; e non è così altero che rompa la catena una buona volta, e lo mandi con Dio. Serve borbottando e sfogando il mal umore, con una sua propria fisonomia nella scala dei Sancio Panza e de’ don Abbondio. E ne nascono situazioni stupendamente comiche. Tale è il suo viaggio a Roma, con tante speranze nell’amico Leone. Come lo accoglie bene! Ma sono parole, e la sera gli tocca andare a cena sino all’insegna del Montone:

    Piegossi a me dalla beata sede:
La mano e poi le gote ambe mi prese,
E il santo bacio in amendue mi diede.
    Indi, col seno e con la falda piena
Di speme, ma di pioggia molle e brutto,
La notte andai sino al Montone a cena.

Ora lo prende la stizza, e si sfoga descrivendo la cupidità ingorda de’ cardinali, ora fa il filosofo, come volesse dire: E quando anche avessi le ricchezze del gran Turco e tre e quattro mitre, ne val poi la pena?

    Sia ver che d’oro m’empia la scarsella,
E le maniche e il grembo, e se non basta,
M’empia la gola e il ventre e le budella;
    In che util mi risulta essermi stanco
In salir tanti gradi? Meglio fora
Starmi in riposo, o affaticarmi manco.

Ora ha aria di scusare il papa. Poerino! Parenti, cardinali che gli diedero il più bel di tutt’i manti, amici che lo aiutarono a tornare a Firenze, dee dar bere a tanti!